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Alessandra Fanari, Paris - Babel's Shade

Babele o dell'intraducibile nell'arte contemporanea.
All'inizio c'è sempre il mito. La Storia viene dopo.
Babele, come lo precisa Derrida, è il mito del mito, racconta il sorgere stesso della metafora, la necessità dell'allegoria quindi la possibilità dell'arte.
"È un mito che dice l'inadeguatezza di una lingua all'altra ... del linguaggio a sè stesso e al senso, e dice anche la necessità della figurazione, del mito, dei tropi". (Jacques Derrida, Des Tours de Babel)

Babel racconta anche la storia dell'uomo, nella sua eterna lotta d'oltrepassamento dei propri limiti. Peccato d'orgoglio nella tradizione giudeo-cristiana, peccato di Ubris nella Grecia Antica.
L'uomo che vuole toccare il cielo, vuole essere l'uguale di Dio ...
Sogno mimetico che attraversa costitutivamente l'arte e che trova la sua figurazione più suggestiva, e mitica ancora, nel demiurgo platonico. Dare forma alla materia, come ha fatto Dio, come fa l'artista.Volare, come Icaro o raggiungere il cielo come i discendenti di Sam o creare come fa il demiurgo
L'artista in questo senso è sempre nell'ombra di Babele.

Una torre che s'interrompe, una costruzione che non si conclude.
Una lingua che si trasforma in mille lingue diverse, un linguaggio che non comunica più.
Incompiutezza, rottura, alterità, pluralità definiscono un quadro concettuale in cui gli artisti di oggi si muovono agevolmente, in un'assenza di frontiere fra i mediums, in un' interdisciplinarità che definisce lo spazio dell'arte post-storica, secondo la definizione che ne da Arthur Danto "un'arte che si definisce attraverso l'assenza di unità stilistica .... e dunque attraverso un'assenza di direzione narrativa". (After the End of Art. Contemporary Art and the Pale of History)

Babel si racconta e attraversa la storia come fiction narrativa, dai ruoli, dai motivi, dagli episodi infinatamente re-interpretabili che poi s'articolano in combinazioni suggestive, stratificazioni di significati.
Nella sua ambiguità profonda, nella sua intraducibilità contiene in nuce, prefigura quindi una conclusione, quella delle grandi racconti sul senso orientato della storia, "les grands rècits" dell'unità, per aprire lo spazio dell'erranza, dell'orizzontalità, dell'intraducibilità.
"E' tutta la terra: una sola lingua. Discendiamo, confondiamo le lingue, l'uomo non capirà più il suo prossimo".

"Il suo nome, come fa notare Derrida, è l'ambiguità più forte e più abissale del testo. Babel è il nome della città oppure di Dio?" E vede nel racconto biblico il primo emergere di una decostruzione.
"Cio' che la molteplicità degli idiomi viene qui a limitare, non è soltanto una traduzione –vera-, il tra di un'espressione trasparente e adeguata, è anche un ordine strutturale, una coerenza del costructum. Sarebbe facile e fino ad un certo punto giustificato vederci la traduzione di un sistema in decostruzione"

 

Dal mito discendiamo nella storia con il video di Udo Rein "Exit Babel" e alla sua singolarizzazione assoluta nella voce, nella lingua di un uomo.
Ma l'unità lineare assicurata dalla voce è subito interrotta, intervallata, da altri suoni, altre lingue, altre immagini. Un dipositivo d'associazioni, frammenti che funzionano nel modo dell'opposizione, in un surplus di segni, di idiomi che racchiudono il loro proprio segreto, impenetrabile all'altro, impermeabile.
Come tradurre il pianto di un bambino? Cosa vuol dire, per ognuno di noi, il rumore della pioggia? Gli slogans ideologici?
Non c'è sintesi, ne riconciliazione ... Un intreccio complesso che evoca la storia recente del Sudafrica, il suo sforzo per la riconcializione, i suoi processi che dimenticavano, nell'unicitá della lingua dominante, le altre 13 lingue ufficiali, nella quali gli uomini raccontavano le ferite dell'apartheid.
"Exit" un tessuto composito d'informazioni, di rimemorazioni, suoni e voci disarticolate che fra strappi e ricomposizioni, ridá un'altra prospettiva all'immagine e al suono, all'informazione e alla traducibilitá degli idiomi.

Ma c'è ancora un altro equivoco della lingua e della traduzione che Babel offre il pretesto d'evocare.
La costruzione della torre, come volontà di dominio sulla natura, anticipa la dominazione della tecnica propria al mondo moderno.
I modelli di Clemens Fürtler, il loro processo di costruzione, mostrano tra automatismi e macchinalità, l'oscurità della nostra relazione alla produzione e al progresso, votata alla noia della ripetizione e ad una quotidianitá vuota che elude la domanda.
Heidegger ricorda che "Tekne" in greco antico, significava non soltanto il fare artigianale, la tecnica nel senso di un mezzo per ottenere un fine, ma anche l'arte nel senso più elevato della parola, le belle arti.
Il dominio della tecnica, nel quale Heidegger vede il pericolo più grande per l'uomo del mondo moderno perchè preclude la sua relazione alla verità, si regge nella mancata riflessione sull'essenza della tecnica, che come non si stanca di ripetere non è niente di tecnico.
"Più interroghiamo l'essenza della tecnica più l'essenza dell'arte diventa misteriosa. L'essenza della tecnica non ha niente di tecnico, per questo la riflessione essenziale sulla tecnica deve aver luogo in un dominio che da un lato sia apparentato all'essenza della tecnica e che dall'altro, pero' non ne sia meno profondamente differente da essa. L'arte è un tale dominio". (La questione della tecnica)
L'ombra di Babel va forse in questa direzione.

Alessandra Fanari, Paris
Babel's Shade, 2008

 

 

 

 

 
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